cold perfection

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All’improvviso stamattina, pensando all’ocarina, allo scetavajasse e ad altri strumenti musicali d’ineguagliabile bellezza, ho ritrovato un frammento della mia infanzia, che prendeva polvere da non so più quanto tempo.
Capitava quasi tutti gli anni, almeno fino a una quindicina di anni fa, che dalla metà del mese di novembre fino ai giorni che precedono il Natale arrivassero nel quartiere, all’improvviso e senza un orario preciso, gli zampognari. Dalle cime sinuose della Majella o da quelle più irte e meno accoglienti del Gran Sasso, se ne partivano ogni anno, col loro grosso strumento, vestiti come un gruppo di bambini dell’asilo alla recita di Natale cui spetta il ruolo dei pastorelli. Senza suonare i campanelli né chiamare nessuno, in gruppetti di tre o quattro, si fermavano nel mezzo del parcheggio condominiale e iniziavano a dare fiato al loro strumento.
Non ricordo molto delle varie esecuzioni perché ero quasi sempre impegnato a guardare a terra per non mostrare le lacrime che mi riempivano gli occhi. Ciò che ricordo nitidamente è la scatolina di cartone foderata con lo scotch grosso in cui raccoglievano gli spiccioli e gli enormi baffi bianchi degli zampognari questuanti sotto i quali si nascondevano sorrisi bonari: era solo allora, quando la musica era cessata, che mi decidevo a rialzare gli occhi.

«L’ho cercato nel freddo / se ne stava solo là / il mio volto, nel fango di Istanbul / Istanbul Istanbul baluardo sacro / per l’incrocio delle razze degli uomini / brucerà.»

«Pensate all’acqua sotto pressione in un tubo.» La pensarono. «Lo buco una volta» disse il Governatore. «Che getto!»
Lo bucò venti volte. Ci furono venti piccole fontanelle.
«”Bambino mio, bambino mio!…”
«”Mamma!…” La pazzia è contagiosa.
«”Amor mio, primo ed unico, caro tesoro…”
«Madre, monogamia, romanticismo. Alta schizza la fontana; furioso e spumeggiante è il getto violento, la pressione ha un’unica via d’uscita. Amor mio, bambino mio. Non c’era da stupirsi che quei poveri premoderni fossero pazzi e malvagi e miserabili. Il loro mondo non permetteva loro di prendere le cose per la via più semplice, non permetteva loro di essere sani di spirito, virtuosi, felici. E con le madri e gli amanti, le proibizioni alle quali non erano condizionati ad obbedire, con le tentazioni e i rimorsi solitari, con tutte le malattie e il dolore che li isolava senza fine, con le incertezze e la povertà, essi erano costretti a sentire fortemente. E sentendo fortemente (fortemente, oltre tutto, in solitudine, in un disperato isolamento individuale) come potevano essere stabili?»

- Aldous Huxley, Il mondo nuovo

Elsa Morante

Elsa Morante

Così ti perdo, e tu mi perdi, nella pestilenza
di questa città. Stravolti nel tempo comune,
ci scordiamo della nostra nazione festante
e dei giochi prenatali.

Fino a che la pazienza capricciosa del destino
non torni nella fossa del caso, a decifrarvi
le lettere sotterrate, da ricomporre
nel nostro unico nome

e ci renda alle nostre prime stanze arboree
altalene sospese di qua dalla corrente
dove il mulino atroce di tutte le allucinazioni
non è altro che il giro del nostro scherzo arioso.
Noi siamo meno che umani, puri
dal vizio della morte.

- Elsa Morante, La smania dello scandalo

Ah, par­venza di sogno faticoso,
ultima pena all’accidia!
dal fondo astruso risa­lirà la barca,
senza fine: altre voci, altre stanze.


E se almeno potesse que­sta ango­sciosa mente
come acqua toc­care la radice, salire come il verde
alla punta più alta. Insi­pida linfa
e fatuo stelo! Sem­pre rinato a invaghirti
(con sospiro pue­rile e inerme)
dei cava­lieri feroci che gio­cano alla caccia
delle ange­li­che belve.

- Elsa Morante, Amleto