cold perfection

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Alla fine, non tutto è sogno, credo, qualcosa - la sfida e la fraternità - resta.

- Anna Maria Ortese

La lontananza dei luoghi aveva reso la guerra quasi irreale, per me. I nomi «del fronte» che erano scritti sulle lettere degli zii e sotto le piccole fotografie che ci mandavano - scure, su foglietti sottili - diventarono familiari eppure favolosi, come appunto erano familiari le fiabe: Pasubio, Podgora, Cormons, Javorcek, e l’Altipiano dei 7 Comuni (sette, come «I sette corvi»).
Papà consultava un grande Atlante colorato; ma anche l’atlante, gremito di simboli, non era reale.
La sola cosa che riuscivo ad immaginare, della guerra, era che avveniva sulle montagne; il suo lato «eroico» si confondeva con quello delle imprese di caccia di papà. L’aspetto avventuroso della guerra permetteva di fantasticare; siccome c’erano i «dispersi», io mi figuravo segretamente che ci fosse stato un errore e che zio Nicola sarebbe tornato. Mi piaceva sognare che sarebbe ricomparso mentre si faceva il teatro dei burattini (forse perché quello era il colmo del divertimento per me). Ci saremmo voltati indietro, e sulla soglia stava lui col suo largo sorriso, il giubbone di pelliccia.

- Lalla Romano, La penombra che abbiamo attraversato

Quasi tutti i luoghi di Ponte Stura avevano il fascino del tempo di prima.
Sulle montagne papà era stato a caccia, quando io non ero ancora nata, in certe famose spedioni con Cino del Cornalè e gli altri cacciatori. Spedizioni che duravano dei giorni, dalle quali tornava con un trofeo di camosci. Papà andava ancora a caccia, «dopo», ma non erano più imprese memorabili.
I nomi di quei monti, dal suono strano e misterioso come fossero in una lingua ignota, accompagnavano quelle imprese col loro eco. Erano il Tinibras, il Nebius, l’Ischiator. Evocavano paesaggi artici, desolati e solenni. Papà parlava della caccia e della montagna come chi veramente c’era stato, e mi prometteva di tornarci. Mi portò davvero che ero ancora piccola, su un colle, detto dell’Ortica. Ma i monti più grandi stavano sempre di fronte coi loro picci, erano al di là. E non solo per me erano irraggiungibili; nessuno ci andava più.

- Lalla Romano, La penombra che abbiamo attraversato

I miracoli sono paragonabili alle pietre: si trovano ovunque e offrono la loro bellezza, ma nessuno ne riconosce il valore. Viviamo in una realtà dove abbondano i prodigi, ma li vedono soltano coloro che hanno sviluppato le proprie percezioni. Senza tale sensibilità tutto è banale, l’evento meraviglioso viene chiamato casualità e si cammina per il mondo senza avere in tasca quella chiave che si chiama gratitudine. Quando si verifica un fatto straordinario lo consideriamo un fenomeno naturale di cui approfittare come parassiti, senza dare niente in cambio. Invece il miracolo richiede uno scambio: ciò che mi è stato dato devo farlo fruttificare per gli altri. Se non viviamo uniti agli altri non possiamo captare il portento. I miracoli non li provoca nessuno, vengono scoperti. Quando colui che credeva di essere cieco si toglie gli occhiali scuri, vede la luce. Questa oscurità è il carcere della ragione.

- Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà

Avr 9
Avr 7

Anna Maria Ortese ritiene in verità impossibile esprimere un’opinione critica sul proprio lavoro, del quale ha un’idea molto confusa e anche irrilevante. Metà narrativa, metà giornalismo, ma casuale sempre, come sono stati tutti gli approdi della sua vita. E senza mai un progetto, perché non era in suo potere attuarne qualcuno. Un lavoro, quindi, affidato al caso. Spesso, eseguito male. Motivazioni profonde non ne trova: se non lo scontento, del resto comune, e spesso l’indignazione, davanti a ciò che si chiama reale. E questo sentimento - che resta - le impedisce adesso di preoccuparsi se qualche futuro lettore potrà farsi di lei un’immagine più o meno vicina alla realtà. Di realtà - uno che sia in polemica eterna col reale, non può averne. Difficile, soprattutto dal di dentro, capire chi sia veramente, o che voglia, uno che non accetta - non ama - quanto è reale. Anna Maria Ortese non sa cosa ha voluto, né chi è.

- Anna Maria Ortese in Autodizionario degli scrittori italiani