Fütter mein Ego

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Il mare scava nella spiaggia,
poi va via.
Quando apparisti pensavo
che ti saresti fermato:
e ora vai via.
Non è la spiaggia più fredda
del mio cuore, né vasta e tetra
più dei deserti
che lasci nell’anima mia.
Sono a forma di te:
ma tu dove sei, mare?
A.M.O., Il mare scava nella spiaggia.

(Source : wandering-in-wonder, via flamantrose)

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Io ero, difatti, venuta in possesso dell’ultima e più importante eredità lasciatami dai miei genitori: la menzogna, ch’essi m’avevano trasmessa come un morbo. Veramente, i loro casi funesti, che nell’infanzia m’avevano tanto turbata, erano i più adatti a immunizzarmi dal nostro morbo ereditario. Essi mi mostravano, infatti, la disumana, solitaria fine riserbata a chi rifiuta la sorte assegnatagli in questa vita; e si finge uno scenario e una compagnia di menzogne, eleggendole a sua sola verità. E partecipa ad esse, come un demente condotto a teatro, il quale si spaventa alla tragedia rappresentata, e urla vedendo la primadonna trafitta, e vuol precipitarsi sulla ribalta ad uccidere il tiranno. Ma il povero folle ha per sua giustificazione, se non altro, la propria inesperienza di finzioni e di teatri, o, quanto meno, il non aver lui medesimo assistito o cooperato all’allestimento dell’inganno. Mentre colui del quale io parlo adora e crede vere delle maschere fabbricate da lui stesso; e per esse rinnega la propria esperienza terrena, e quindi anche il fine celeste, cui questa è mezzo.
Elsa Morante, Menzogna e sortilegio

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Senza pretendere ad altro merito, incomincerò col dirvi che la mia madre adottiva fu, dopo la mia madre vera, la persona da me più amata. Or il mio cuore potrebbe rassomigliarsi a queli antichi Principati in cui per il popolo vigeva una diversa legge che per i Grandi: sì che questi erano in certo modo inattaccabili non soltanto dal castigo, ma addirittura dalla colpa. E quelle medesime azioni che agli umili erano delitto, eran lecite e giuste ad essi.
Insomma, io non ebbi mai da perdonare alle persone amate i loro vizi, perché non vidi mai nessun vizio in loro. Nella loro sostanza luminosa, come nel fuoco, i medesimi peccati che odiavo in altri perdevano la propria forma, consumandosi in fervore e purezza; e la vita dell’amato era ai miei occhi un altèro splendore. Così i delitti della mia protettrice perdevano il lor significato delittuoso; e alle infamie di lei non davo il nome d’infamie. Se udivo qualcuno, in un alterco, gridarle il nome ch’ella purtroppo meritava, io me ne sdegnavo come d’un’empietà; e in simile mia stoltezza non farà meraviglia ch’io non abbia mai tentato, e neppur vagheggiato, una redenzione, utopistica peraltro, della mia benefattrice.
Elsa Morante, Menzogna e sortilegio

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VII

Quanta gioia in questa furia di capire!
In questo esprimersi che rende
alla luce, come materia empirea,

la nostra confusione, che distende
in caste superfici i nostri affetti
offuscati! La chiarezza che ne accende

le forme interne, li fa nuovi oggetti,
veri oggetti, né conta, anzi è coraggio,
benché delirante, che si rifletta

in essi l’onta dell’uomo che appannaggio
fa dell’Uomo, l’onta dell’uomo più
recente, questo, questo che con saggio

calore guarda evidenziata salire su
nelle atroci lastre la figura
di se stesso, la sua colpa, la sua

storia. Vede ridotte alla furia oscura
del sesso le esaltanti repressioni
della Chiesa, e dispogliata in pura

chiarezza d’arte la chiara ragione
liberale; vede celebrata
in riverberanti figurazioni

la decadenza della snervata
borghesia ancora avida nel miope
rimpianto e nel cinismo…

Ma che lietezza profonda e quieta
nel capire anche il male; che infinita
esultanza, che vereconda festa

nell’accorata sete di chiarezza,
nell’intelligenza, che compiuta attesta
la nostra storia nella nostra impurezza.

Pier Paolo Pasolini, Picasso

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Si perde verso il bianco Meridione,
azzurro, rosso, l’Appennino, assorto
sotto le chiuse palpebre, all’alone

del mare di Gaeta e di Sperlonga…

Dietro il Massico stende Sparanise
candelabri di ulivi, tra festoni
di piante rampicanti sulle elisie

radure, dove lucono i lampioni
a San Nicola… Si spalanca il golfo
affricano di Napoli, nazione

nel ventre della nazione…

E non più Jacopo (più recente è il sonno
di Ilaria) sotto le palpebre fonde
in civile forma il popolare mondo

italiano, e contro gli sfondi
del suo paesaggio, non più scarnisce
in luce di intelletto – che non nasconde

la buia materia – una mano che unisce
a Dio il povero rione. Quaggiù
tutto è preumano, e umanamente gioisce,

contro il riso del volgare fu
ed è inutile ogni parola
di redenzione: splende nella più

ardente indifferenza dei colori
seicenteschi, quasi che al sole
o all’ombra non bastasse che la sola

sfrontata presenza, di stracci, d’ori,
con negli occhi l’incallito riso
dei bassi digiuni d’amore.

Ragazzi romanzi sotto le palpebre
chiuse cantano nel cuore della specie
dei poveri rimasta sempre barbara

a tempi originari, esclusa alle vicende
segrete della luce cristiana,
al succedersi necessario dei secoli:

e fanno dell’Italia un loro possesso,
ironici, in un dialettale riso
che non città o provincia ma ossesso

poggio, rione, tiene in sé inciso,
se ognuno chiuso nel calore del sesso,
sua sola misura, vive tra una gente

abbandonata al cinismo più vero
e alla più vera passione; al violento
negarsi e al violento darsi; nel mistero

chiara, perché pura e corrotta…

Se ognuno sa, esperto, l’ingenuo linguaggio
dell’incredulità, della insolenza,
dell’ironia, nel dialetto più saggio

e vizioso, chiude nell’incoscienza
le palpebre, si perde in un popolo
il cui clamore non è che silenzio.

Pier Paolo Pasolini, L’appennino da «Le ceneri di Gramsci»

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All’improvviso stamattina, pensando all’ocarina, allo scetavajasse e ad altri strumenti musicali d’ineguagliabile bellezza, ho ritrovato un frammento della mia infanzia, che prendeva polvere da non so più quanto tempo.
Capitava quasi tutti gli anni, almeno fino a una quindicina di anni fa, che dalla metà del mese di novembre fino ai giorni che precedono il Natale arrivassero nel quartiere, all’improvviso e senza un orario preciso, gli zampognari. Dalle cime sinuose della Majella o da quelle più irte e meno accoglienti del Gran Sasso, se ne partivano ogni anno, col loro grosso strumento, vestiti come un gruppo di bambini dell’asilo alla recita di Natale cui spetta il ruolo dei pastorelli. Senza suonare i campanelli né chiamare nessuno, in gruppetti di tre o quattro, si fermavano nel mezzo del parcheggio condominiale e iniziavano a dare fiato al loro strumento.
Non ricordo molto delle varie esecuzioni perché ero quasi sempre impegnato a guardare a terra per non mostrare le lacrime che mi riempivano gli occhi. Ciò che ricordo nitidamente è la scatolina di cartone foderata con lo scotch grosso in cui raccoglievano gli spiccioli e gli enormi baffi bianchi degli zampognari questuanti sotto i quali si nascondevano sorrisi bonari: era solo allora, quando la musica era cessata, che mi decidevo a rialzare gli occhi.

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«L’ho cercato nel freddo / se ne stava solo là / il mio volto, nel fango di Istanbul / Istanbul Istanbul baluardo sacro / per l’incrocio delle razze degli uomini / brucerà.»

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«Pensate all’acqua sotto pressione in un tubo.» La pensarono. «Lo buco una volta» disse il Governatore. «Che getto!»
Lo bucò venti volte. Ci furono venti piccole fontanelle.
«”Bambino mio, bambino mio!…”
«”Mamma!…” La pazzia è contagiosa.
«”Amor mio, primo ed unico, caro tesoro…”
«Madre, monogamia, romanticismo. Alta schizza la fontana; furioso e spumeggiante è il getto violento, la pressione ha un’unica via d’uscita. Amor mio, bambino mio. Non c’era da stupirsi che quei poveri premoderni fossero pazzi e malvagi e miserabili. Il loro mondo non permetteva loro di prendere le cose per la via più semplice, non permetteva loro di essere sani di spirito, virtuosi, felici. E con le madri e gli amanti, le proibizioni alle quali non erano condizionati ad obbedire, con le tentazioni e i rimorsi solitari, con tutte le malattie e il dolore che li isolava senza fine, con le incertezze e la povertà, essi erano costretti a sentire fortemente. E sentendo fortemente (fortemente, oltre tutto, in solitudine, in un disperato isolamento individuale) come potevano essere stabili?»
Aldous Huxley, Il mondo nuovo